L'EGOCENTRISMO DELLA VITTIMA Stampa E-mail
Lunedì 24 Dicembre 2012 09:42

 

 

LA MEMORIA DI CHI CALPESTA LA BRACE di Karim Metref

Caro Fratello, Le scrivo questa lettera.

Penso verrà lunga.

Uno perché ho problemi personali a sintetizzare, secondo perché quello di cui le voglio

parlare è una cosa seria e le cose serie richiedono tempo e pazienza.

Mi chiamo Karim Metref. Sono Cittadino algerino.

Vivo in Italia da dieci anni e spero di poter restarci ancora per un bel po', clima

sociopolitico permettendo. Le sottolineo questo dettaglio per vari motivi.

Uno dei quali è il fatto che spostandomi dall'Algeria in Italia, ho avuto modo di guardare

le  cose  con  angolazioni  diverse.  E  forse  se fossi rimasto  in  Algeria  non  avrei  mai

nemmeno pensato le cose che sto per scrivere.

Leggendo la sua lettera, ritrovo le stesse parole di mio padre.

Infatti, stavo quasi per iniziare la lettera con un «caro padre».

Da noi si da del padre a qualsiasi persona in età di esserlo e visto che lei è sopravvissuto

ad Auschwitz, penso abbia qualche anno più di mio padre ma non volevo fare troppo il

melodrammatico e poi non sapevo come sarebbe stata accolta (spero solo che lei mi

permetta di darle del «fratello»).

Mio padre usa le stesse parole.

Lui è del 1935 e quando nel 1954 scoppiò la guerra di indipendenza aveva 19 anni. Si

arruola molto presto insieme a un suo nipote nelle file della rete civile di sostegno alla

resistenza. Ma quando un loro compagno venne sottoposto a tortura citò i loro nomi

insieme  ad altri  compagni.  Mio  cugino  che  lavorava  nei  servizi  sociali  dell'esercito

francese  fu  avvertito  in  tempo  da  altre  persone  infiltrate  come  lui  e  raggiunse  i

partigiani (ma muore qualche anno dopo in battaglia).

Mio padre invece che era ancora studente fu prelevato dai soldati in classe e portato in

caserma.

Il primo mese di detenzione fu il più terribile. Il periodo in cui l'esercito non annuncia il

tuo arresto al sistema giudiziario e ti tiene nascosto in qualche cantina per tentare di

tirarti fuori il massimo di informazioni possibili, quello è il più drammatico per i tanti

prigionieri di quella guerra e presumo di altre. Non si sa quanti giorni.

A distanza sembra siano stati anni, addirittura più della pena inflitta poi a mio padre

dopo il processo. In realtà non deve essere stato più di un mese, in cui mio padre fu

sottoposto a tutti i tipi di tortura: elettricità, acqua, freddo, caldo, violenza sessuale...

Ma la cosa che più lo fecce soffrire è stato di vedere suo padre e i suoi fratelli torturati

e  umiliati  davanti  a  lui,  per  colpa  sua.  Oppure  l'ufficiale  francese,  al  ritorno

dell'ennesimo «blitz» a casa di mio nonno, che tira fuori di tasca un fazzoletto colorato e

glielo fa vedere. «E' quello di tua sorellina, Smina mi sembra si chiama, Vero? Molto

carina! Comunque è rimasta molto soddisfatta dal nostro incontro...».

Tutte queste cose ha visto mio padre.

Ma si ritiene fortunato, perché, come dice lei, lui è sopravvissuto. Un milione e mezzo di

algerini non ce l'hanno fatta.

Un milione e mezzo su 9 milioni sono più di una persona su nove.Tenga conto che la guerra si è svolta in poche

regioni. In Cabilia, la regione che più di tutte ha pagato il prezzo, c'era dopo l'indipendenza una media di cinque

donne per un uomo.

Un mese, forse meno, è rimasto mio padre in quella cantina eppure parlandone, ancora

oggi che sono passati più di cinquanta anni, sembra appena uscito dalla sala di torture.

Il dolore è tutto lì, intatto.

E' ovvio che ancora oggi, a mio padre, è impossibile ridimensionare l'entità delle sue

sofferenze. E' ovvio che, per lui, il nostro popolo è quello che ha più sofferto nella storia

dell'umanità e che la Francia è il male assoluto. Punto.

Ancora oggi se qualcuno cerca di dire qualcosa, egli comincia a gridare: «ah...! sono

queste le verità che vi hanno insegnato i vostri signori francesi! (o occidentali a seconda

dei casi...)»

E' la legge del «o con noi o contro di noi». Non ci sta niente in mezzo.

A mio padre non si può citare un qualche sbaglio del Fronte di Liberazione (e ce ne sono

stati) senza prendere dell' harki (collaborazionista), è così e non può essere altrimenti.

Allora oggi tento di dire a lei, tutte le cose che non riesco a dire a mio padre.

L'elaborazione della vittima.

Mi ci è voluto del tempo e della ricerca per chiarire come funzionano certe cose. La

psicologia moderna mi ha aiutato tanto. Uno psicanalista,  Bruno Bettelheim, che ha

conosciuto anche lui le sofferenze e il campo, mi ha aiutato tanto.

Una delle risposte che ho trovato si chiama «l'egocentrismo della vittima». Chi è vittima

quindi è rinchiuso nel suo dolore. Non c'è niente altro al mondo. E' la vittima universale.

E nessuno è vittima in questo mondo.

Qualche anno fa, accompagnavo, come interprete volontario, un amico tibetano che

faceva un giro di conferenze nel nord Italia. Erano tempi non sospetti.

La Cina aveva già accettato le condizioni del Wto e quindi le star di Hollywood avevano

già smesso da un pezzo di promuovere la causa tibetana (ci sono tornati adesso il tempo

di una olimpiadi, ma è già tutto quasi dimenticato).

In un dibattito, in Trentino, qualcuno fece un paragone tra i due popoli, tibetano e

palestinese, entrambi da 60 anni costretti a errare sparsi per il mondo...

E  il  nostro  uomo,  finora  sempre  molto  calmo,  molto  cortese  si  scatena  contro

l'intervento del malcapitato. Dice di essere stufo e molto offeso che in Europa si faccia

sempre questo paragone con la Palestina. Che non c'è nessun paragone possibile tra i

due popoli, né tra le due questioni, segue una descrizione del conflitto mediorientale

secondo canoni manichei (israeliani brava gente/palestinesi terroristi, il nostro ragazzo

è cresciuto per buona parte negli Usa) e poi scatta il giudizio universale: «Comunque,

sofferenze come quelle del popolo tibetano nessuno le ha patite in questo mondo».

Tutto lì. E' vero che tutto è questione di punti di vista. La sofferenza degli altri è tutta

teorica, la mia è concreta, tangibile.

In algerino si dice: «La brace la sente soltanto chi la calpesta».

Gli altri possono anche filosofare e dire che, tutto sommato, camminare su un carbone

ardente non è così doloroso.

Ma è altrettanto vero che del dolore bisogna pur liberarsi, prima o poi.

Mio padre ha sofferto. Se lui non riuscirà mai a liberarsi del suo dolore, io non lo voglio

in eredità. Non voglio né il dolore né tanto meno l'odio che ne deriva.

Poi la memoria del dolore diventa un fondo di commercio, mantenuto vivo per

generazioni, ma soprattutto da gente che non l'ha vissuto.

Nel mio paese questo si esprime nel regime instaurato dopo l'indipendenza. La lotta dei

partigiani è stata sequestrata il 5 luglio 1967 da un esercito, detto Esercito delle

Frontiere, formato nei campi profughi in Marocco e in Tunisia.Fatto di ufficiali e soldati riparati all'estero, che non

hanno mai sparato una pallottola contro l'invasore né patito il freddo delle montagne, né la fame e le privazioni. Era

un esercito ben armato, ben vestito, ben nutrito e allenato da consiglieri di varie nazionalità (paesi arabi e paesi

dell'est) e da una schiera di ufficiali algerini formati a Saint-Cir, ufficialmente disertori dall'esercito francese negli ultimi

giorni prima dell'annuncio dell'accordo di cessate il fuoco tra il Fln e l'esercito francese e del prossimo referendum di

autodeterminazione di cui l'esito era però scontato...

Insomma la solita storia: tutti fascisti, poi, subito dopo, tutti partigiani.

Questo esercito entra dopo l'uscita dei francesi e, arma in mano, prende il potere

assalendo i quattro fantasmi, ormai sfiniti, affamati, vestiti di stracci e quasi senza

munizioni, che scendevano dalle montagne.

Il regime nato da questa rapina a mano armata ci ha tenuti e ci tiene ancora da decenni sotto il ricatto del sangue

dei morti, della sofferenza del popolo.

Intanto hanno riassunto e subito rimesso in servizio i torturatori algerini che avevano

lavorato per i francesi (le professionalità non si sprecano) contro chiunque non era con

loro. Emblematica è la storia di Bachir Hadj Ali, grande poeta e allora segretario

generale del Partito Comunista Algerino, torturato dai francesi perché partigiano e dagli

algerini, pochi anni dopo, perché «agente del nemico». O con noi o con loro!

La sindrome da superare Io non nego che mio padre abbia sofferto. Non sono contro mio

padre (anche se lui spesso stenta a crederlo).

Ma non mi lascio dominare in nome della sofferenza di mio padre da coloro che tale

sofferenza non l'hanno vissuta e forse vi hanno contribuito, almeno alcuni di loro.

La sofferenza degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale è reale. Non è una

invenzione. E' stato un episodio terribile. Uno dei più neri della storia dell'umanità.

Ma questa sofferenza, così terribile di per sé, è vero anche che è stata enfatizzata dalle

potenze occidentali che sono riuscite a cancellare, sacrificando il grande tiranno

germanico, tutto il male che avevano fatto attraverso il mondo.

Chi ne poteva parlare, dopo la sconfitta del grande male, di quelle «piccole briciole»

commesse di qua di là, in giro per il pianeta?

La tratta dei neri?

Il colonialismo?

la cancellazione di popoli interi nei «possedimenti» del nuovo mondo?

Chi poteva rimproverare al liberatore della Francia dal mostro nazista di aver fatto

massacrare in Algeria circa 30.000 persone durante i festeggiamenti dell' 8 maggio 1945?

I soldati senegalesi reduci del grande macello della riconquista della Francia, dell'Italia e

poi della Germania, massacrati nelle caserme in Senegal per aver chiesto una paga

uguale a quella dei bianchi?

E gli Italiani in Africa?

E' vero che sono rimasti poco, ma in quel poco si sono dati da fare.

In questi giorni, Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia per il risarcimento al

regime libico dei danni subiti dalla popolazione libica in cambio di succosi affari per le

multinazionali italiane.

In linea con la tendenza internazionale della privatizzazione dei profitti e della

nazionalizzazione delle perdite. Così le compagnie fanno buoni affari e il contribuente

paga. Quanto ha dato la Gran Bretagna alle sue ex colonie per i massacri compiuti?

quanto ha risarcito la Francia all'Africa?

Quanto ha pagato la Germania anche ai popoli dell'Africa nera sui quali ha sperimentato

per primi il metodo dei campi di sterminio?

Quanto ha pagato ai Rom?

Quanto dovranno pagare la Spagna e il Portogallo ai nativi americani?

E gli Usa alle nazioni africane e alle sue popolazioni nere discendenti degli schiavi?Dicendo tutto ciò so di rischiare di

essere catalogato come antisemita (non poi tanto

sotto traccia) o addirittura come camerata (nascosto in questa mailing list). Ma, da lei,

io lo accetto. In silenzio.

Così come accetto senza protestare quando mio padre mi dà del harki .

Perché ho rispetto per il suo dolore così come per quello di mio padre.

Ma le sottolineo soltanto, caro fratello, che i camerati, quelli più furbi, quelli più

pericolosi, hanno da tempo cambiato nemico.

Così come da noi i veri harki stanno al potere da un bel po'.

Tanti sono andati a Gerusalemme, si sono messi la kippa sulla testa e hanno anche

baciato il muro dei lamenti.

Addirittura un autentico camerata ha dichiarato ultimamente che era meno grave

ammazzare un ragazzo a botte che bruciare la bandiera israeliana.

Vede, per i camerati, quelli più furbi, quelli più pericolosi, la figura del nemico è uno

strumento.

E si sa che un bravo artigiano si riconosce dai suoi strumenti: sempre affilati, sempre

rinnovati.

La vecchia immagine del pericolo ebraico non è più di moda. La tiene ancora qualche

vecchio nostalgico nella naftalina come si fa di una reliquia. Ma non è più lo strumento

adatto ai tempi. Ah sì, da noi, nei paesi detti «arabi» c'è ancora, serve ancora!

Ma anche questa è un'altra storia.

I nuovi camerati hanno creato nuovi nemici, caro fratello.

E, mi raccontano certi amici di Roma che ormai i figli dei camerati nella città eterna

vanno a braccetto con ragazzi dell'estrema destra ebraica e che non è escluso che

vadano insieme anche a caccia di zingari, di marocchini o di romeni.

Siamo nell'era dell'Internet e del digitale, caro fratello.

La Tv on demand , ma anche il Publicenemy on demand.

Una settimana ti dico che l'Italia è sotto minaccia islamica e che quindi se abbiamo

bisogno di mano d'opera a basso costo, portiamola dai paesi cristiani, come noi.

L'indomani ti spiego che gli immigrati dell'Est hanno il gene della violenza e che quindi

sono loro il nemico del giorno. Caccia aperta (se lo becchi dell'est e pure zingaro è

bingo).

Gli altri? Quelli di prima? Li tieni lì. Non si sa mai.

Chi ha ancora bisogno della vecchia icona dell'ebreo furbo e malvagio, con tutti i rischi

di trovarsi puntato da tutte le direzioni come razzista, antisemita, etc, quando ci sono i

razzismi autorizzati?

Non ha osservato che anche l'ex campione del politically correct, Mr Veltroni, negli

ultimi giorni di campagna elettorale ha dovuto puntare il dito contro il pericolo romeno?

Io ho rispetto per la sofferenza di mio padre e ne ho per la sua. Ma non voglio mettermi

a misurare chi di voi è più vittima dell'altro.

Non voglio entrare nelle percentuali. Non voglio e non posso nemmeno determinare chi

ha pagato il prezzo più alto alla malvagità umana. Malvagità che c'è nel nazifascismo,

che c'è nel colonialismo, ma c'è sempre stata prima e continuerà a esserci sempre.

Non voglio buttare nell'oblio la vostra sofferenza. Non voglio fare finta che non c'è stato

niente. Ma non voglio nemmeno far finta che non c'è stato nient'altro. Non voglio essere

abbagliato da chi agita la verità di mio padre e la sua, per chiudermi la vista e farmi

credere che non ce ne sono altre. Per nascondere quelle a loro più scomode.

Voglio vedere queste e altre di verità. Mi prendo questa libertà e accetto il rischio di

essere chiamato harki e «antisemita».

Spero sinceramente che lei non se la prenda. E se lei la prende bene, forse prenderò il

coraggio di dire le stesse cose a mio padre, scusandomi di usarla come cavia.

Suo, con affetto e rispetto.